I cent’anni di Nicola D’Imperio

I cent’anni di Nicola D’Imperio

Un secolo dalla parte della gente, dei lavoratori, degli umili. Circondato da parenti, compagni di lotta e amici, Nicola D’Imperio, grande figura di sindacalista di Biccari, festeggia oggi un secolo di vita. Nacque il 17 settembre 1922 a Montefalcone di Valfortore, in provincia di Benevento. Cominciò a maturare la propensione ad impegnarsi per il prossimo sui banchi della scuola elementare, studiando la Storia. Fu però costretto ad abbandonare subito la scuola e i giochi quando, ad appena otto anni, dovette seguire a Biccari suo padre, che faceva il pastore.

Per aiutare la famiglia a sbarcare il lunario fu costretto egli stesso a lavorare. Fu assunto come… spaventapasseri: al seguito delle mandrie di pecore si occupava di proteggere gli agnelli dagli assalti dei corvi.

La sua vita è stata intensa ed appassionante come un romanzo. Durante la seconda guerra mondiale fece parte della sfortunata spedizione in Russia, e riuscì a sopravvivere alla ritirata che decimò le truppe italiane. Rientrato in patria, dopo l’armistizio dell’8 settembre venne arrestato dai Tedeschi e rinchiuso nel carcere di Peschiera, da cui riuscì a fuggire. Nuovamente catturato e processato, riuscì ad evitare la condanna a morte grazie ai buoni uffici di una suora, che aveva preso a benvolerlo.

Al ritorno in paese, si trovò costretto ad affrontare la fame e la miseria più nera. Lavorava a giornata come bracciante, e venne avviato alla politica dall’indimenticabile Pasqualino Pasqualicchio, medico di Troia, comunista, che sarebbe divenuto senatore.

Si iscrisse alla Cgil nel 1953, rendendosi subito protagonista di una battaglia cruciale per gli operai agricoli di Biccari: l’adeguamento dei salari locali a quelli pagati nel resto della provincia.

Da allora, non ha mai smesso l’impegno sindacale anche quando, per ragioni di lavoro, fu costretto a trasferirsi prima in Germania e poi a Milano. Salvo un breve periodo passato nella Confesercenti, la Cgil è stata sempre la sua casa e la sua bandiera.

La vita di Nicola D’Imperio è raccontata in un libro di Costantino Soccio, Semprevivo, Nicola D’Imperio, pubblicato dallo Spi Cgil nel 2009. Il volume, che si avvale della prefazione di Nicola Affatato, all’epoca segretario generale della Cgil di Foggia, e della consulenza storica e sindacale di Giovanni Novelli, allora segretario Generale dello Spi Cgil, viene pubblicato per la prima volta in edizione digitale dall’Archivio della Memoria Ritrovata, per festeggiare il centesimo compleanno di Nicola D’Imperio.

Potete sfogliarlo qui sotto, oppure scaricarlo a questo link.

Geppe Inserra

I favolosi anni Sessanta della Capitanata

I favolosi anni Sessanta della Capitanata

Un archivio ha senso se non si limita a custodire documenti, ma in qualche modo, li racconta. Così un archivio può diventare voce di una storia che vive e che pulsa. L’Archivio della Memoria Ritrovata dedicherà approfondimenti particolari ai documenti “narranti”, quelli che raccontano la storia, la nostra storia.
È il caso di Movimento bracciantile e trasformazioni in Capitanata nel decennio 60, tesi di laurea in Storia Contemporanea, che Michele Casalucci discusse nell’anno accademico 1978-1979 alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bari, relatore il prof. Franco De Felice.
Il testo – inedito – è importante, perché rappresentò il primo, organico tentativo di leggere in modo sistematico i grandi processi di trasformazioni che videro protagonisti i braccianti di Capitanata, in quel decennio che si concluse con avvenimenti addirittura epocali per la storia civile della provincia di Foggia.
Il 1969 fu l’anno dell’occupazione dei pozzi di metano nel Subappennino Dauno, della grandiosa manifestazione che portò 30.000 persone a sfilare nel capoluogo dauno, della mobilitazione popolare che vide nascere comitati spontanei in tante città della provincia e, dulcis in fundo, della firma di un contratto dei braccianti che introdusse cambiamenti straordinari nelle relazioni sindacali nei campi.
Per la provincia di Foggia, gli anni Sessanta sono stati veramente favolosi. Hanno scandito la storia di un popolo che voleva cambiare le cose, che chiedevo lo sviluppo, e che per questo si mobilitò, scrivendo pagine straordinarie di partecipazione democratica e di impegno civile.
Abbiamo scelto di non pubblicare la tesi come documento unico. Lo faremo capitolo per capitolo, accompagnando ciascuno di essi con approfondimenti, relazioni con gli altri documenti dell’Archivio, per consentire una lettura più agile e utile.
Cominciamo dalla fine, pubblicando la cronologia 1960-69, molto puntuale e dettagliata che conclude la tesi.
Potete sfogliarla cliccando sulla foto oppure su questo link.

Lo Spi Cgil di Foggia presenta l’archivio della Memoria Ritrovata

Lo Spi Cgil di Foggia presenta l’archivio della Memoria Ritrovata

Sottrarre dall’oblio la storia del movimento operaio e bracciantile della Capitanata, ritrovandola e recuperandola non solo attraverso i documenti ufficiali, ma anche con gli strumenti della “storia pubblica”: fotografie, filmati, memoriali, testimonianze orali.
È questo il fine dell’Archivio della Memoria Ritrovata promosso dallo Spi Cgil della provincia di Foggia, in collaborazione con Auser Territoriale, Anpi e Fondazione Foa di Foggia, con il patrocinio di Spi Cgil Puglia, Cgil Puglia e Cgil Foggia.
L’iniziativa è stata presentata al pubblico durante un’affollata manifestazione che si è svolta nell’Auditorium della Camera del Lavoro. Raggiungibile all’indirizzo web https://memoriaritrovata.it, il sito dell’Archivio offre un’ampia documentazione fotografica, audiovisiva e documentale del lungo percorso per l’emancipazione del mondo del lavoro e per l’affermazione della democrazia che ha visto protagonisti il movimento sindacale e i partiti democratici della Capitanata.
Le unità documentali, definite “memorie”, sono il frutto del lavoro di digitalizzazione e catalogazione compiuto dai volontari dello Spi Cgil. Comprendono fotografie, raccolte fotografiche, risorse grafiche, video, documenti sonori, libri, documenti testuali e manoscritti.
Al momento sono presenti nell’archivio 2513 tra foto e immagini e 155 documenti in pdf. Dalla home page è possibile accedere alle diverse sezioni, alla pagina di ricerca e a due siti esterni, collegati all’archivio: “Le lotte popolari per il metano nel Subappennino Dauno” e il ricco database sui partigiani e gli antifascisti della provincia di Foggia allestito dall’Anpi.
Le “memorie” sono ricercabili per data, località, autore, contributore, soggetto, persone. Due sezioni particolari dell’Archivio sono dedicate a 16 percorsi tematici e ai “protagonisti”: le donne e gli uomini, non necessariamente “capi”, che si sono distinti per il loro impegno per il lavoro e per la democrazia.
L’Archivio non si limiterà a custodire le memorie, ma cercherà in qualche modo di raccontarle e diffonderle. A tal fine, la base di dati è affiancata da un blog, da un canale YouTube e da una pagina Facebook.
Tutti i materiali sono offerti con la licenza Common Creative: possono essere liberamente utilizzati, citando la fonte. È possibile contribuire all’archivio donando o mettendo a disposizione propri materiali e/o collaborando come volontari alle attività di digitalizzazione, catalogazione e redazione.
Si può contribuire iscrivendosi al sito oppure contattando una lega Spi Cgil o un circolo Auser.
Sono intervenuti alla presentazione, svoltasi davanti ad un pubblico folto, attento ed interessato, il segretario generale Spi Cgil Foggia, Alfonso Ciampolillo, che ha introdotto i lavori, il segretario generale della Cgil di Foggia, Maurizio Carmeno, il segretario generale Spi Cgil Puglia, Gianni Forte, il presidente della Fondazione Foa, Andrea Patruno. Ha concluso Francesco Palaia, responsabile nazionale del Progetto Memoria dello Spi Cgil.
A presentare il progetto è stato Geppe Inserra, che ha curato la costruzione dell’archivio, assieme ad Arturo Santarcangelo, webmaster, e a Matteo Carella, la cui collezione fotografica, interamente digitalizzata, rappresenta il nucleo fondante della base dati offerta ai visitatori.

La storia come bene pubblico. Spi Cgil Foggia inaugura l’Archivio della Memoria Ritrovata

La storia come bene pubblico. Spi Cgil Foggia inaugura l’Archivio della Memoria Ritrovata

Un archivio di “public history”, per recuperare e raccontare la grande storia del movimento operaio e bracciantile della Capitanata, che ha scritto pagine straordinarie nel lungo percorso del riscatto e dell’emancipazione del mondo del lavoro in Puglia e nel Mezzogiorno. Basato su un ricco patrimonio fotografico, documentale e multimediale, l’Archivio della Memoria Ritrovata è stato promosso dallo Spi Cgil della provincia di Foggia, in collaborazione con Cgil e Spi Cgil Puglia, Cgil Foggia, Auser, Anpi e Fondazione Foa. Il sito sarà on line a partire dal 30 maggio prossimo, all’indirizzo web https://memoriaritrovata.it. Verrà inaugurato durante una manifestazione pubblica che si svolgerà, sempre il 30 maggio, alle ore 17.00, nell’Auditorium della Camera del Lavoro di Foggia (via della Repubblica, 68), con gli interventi di Alfonso Ciampolillo, segretario generale Spi Foggia, Maurizio Carmeno, segretario generale Cgil Foggia, Gianni Forte, segretario generale Spi Puglia. Le conclusioni saranno svolte da Francesco Palaia, responsabile nazionale del Progetto Memoria dello Spi Cgil. A presentare il progetto sarà Geppe Inserra, che ha curato la costruzione dell’archivio, assieme a Arturo Santarcangelo, webmaster, e a Matteo Carella, la cui collezione fotografica, interamente digitalizzata, rappresenta il nucleo fondante della base dati offerta ai visitatori. Sezioni particolari dell’archivio sono dedicate alle lotte popolari per il metano, che negli anni Sessanta del secolo scorso infiammarono le popolazioni del Subappennino Dauno, ai protagonisti del movimento operaio e bracciantile, alle lotte per il lavoro. L’idea di fondo è che la storia è un bene pubblico, che va messo a disposizione della comunità come strumento di conoscenza del passato e di consapevolezza del presente. «L’inaugurazione del sito e dell’archivio – afferma il segretario generale Alfonso Ciampolillo – non è un punto d’arrivo ma piuttosto l’inizio di un percorso nel quale intendiamo coinvolgere tutti i depositari della memoria popolare e collettiva della nostra terra. Lavoreremo con le nostre leghe per reperire altra documentazione. La nostra idea è che un archivio è tanto più utile se è aperto: chiunque lo desideri può contribuire, mettendo a disposizione per la digitalizzazione i materiali di cui è in possesso.»

“C’ero anch’io su quel treno”

“C’ero anch’io su quel treno”

GIOVEDÌ 9 DICEMBRE 2021 LA PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI GIOVANNI RINALDI. CONVERSERÀ CON L’AUTORE GIANNI FORTE, SEGRETARIO REGIONALE SPI CGIL

Scrittore, ricercatore di storie orali, fotografo e documentarista antropologico particolarmente attento alle vicende delle classi subalterne, Giovanni Rinaldi ha dedicato molta parte delle sue ricerche ad approfondire una grande e non molto conosciuta storia di solidarietà e impegno sociale del Dopoguerra: i cosiddetti “treni della felicità”.

Erano questi i convogli che trasportavano i bambini poveri del Sud verso il Centro Nord, dove sarebbero stati ospitati per un certo tempo da famiglie non sempre abbienti, ma desiderose di dare aiuto ed assistenza ai meno fortunati. Per anni, Rinaldi ha rintracciato, ascoltato e intervistato i protagonisti di questa grande pagina di coesione e solidarietà quanto mai attuale, vista la persistenza del divario tra Nord e Sud e l’aggravamento della questione meridionale.

Tante singole vicende che compongono il racconto corale di un’Italia veramente unita. Le ricerche di Rinaldi sono state pubblicate nel libro “C’ero anche io su quel treno “ che verrà presentato giovedì 9 dicembre alle ore 17,00 nell’Auditorium della Camera del Lavoro, a Foggia, in via della Repubblica, 68. Il volume, pubblicato da Solferino, reca un sottotitolo quanto mai significativo: “La vera storia dei bambini che unirono l’Italia.”

La manifestazione è promossa dallo Spi Cgil della provincia di Foggia, in collaborazione con l’Auser Territoriale. Dopo l’introduzione del giornalista Geppe Inserra, presidente dell’Auser, interverrà il segretario generale del sindacato dei pensionati della Cgil, Alfonso Ciampolillo. A conversare con Giovanni Rinaldi sarà Giovanni Forte, segretario generale SPI CGIL Puglia.

La tragedia dell’Anic di Manfredonia

La tragedia dell’Anic di Manfredonia

Era una tranquilla domenica mattina di fine estate – il 26 settembre del 1976, quando, all’incirca alle 10, un tremendo boato terrorizzò Manfredonia.

Nello stabilimento dell’Anic era esplosa la colonna di lavaggio dell’anidride carbonica dell’impianto preposto alla produzione dell’ammoniaca. Dalla torre sventrata si sprigionò una nube tossica che in breve tempo si riversò nei campi circostanti e nel rione Monticchio, il più vicino alla fabbrica, ubicata a poche centinaia di metri dall’abitato.
I danni provocati alla salute degli operai, degli abitanti e dell’ambiente furono molto ingenti, non solo per l’incidente in quanto tale, ma anche per la scellerata decisione dei vertici aziendali di minimizzare quanto era accaduto.
Gli operai vennero fatti entrare regolarmente in fabbrica il giorno successivo e vennero adibiti alla pulizia dei micidiali residui lasciati dall’esplosione, a mani nude, senza alcuna protezione. Si verificò la moria di centinaia di capi di bestiame che avevano ingerito il veleno fuoriuscito dalla colonna esplosa. Le scorie vennero sotterrate, provocando l’inquinamento del suolo.
Il drammatico incidente provocò una svolta nella storia dell’industria e dell’economia di Manfredonia e della Capitanata. Da allora, niente fu come prima.

La deflagrazione frustrò le speranze di quanti avevano pensato che l’insediamento del petrolchimico potesse spianare la strada all’industrializzazione di Manfredonia e della Capitanata. Mise a nudo i limiti e le distorsioni di un modello di sviluppo fragile e contraddittorio, di cui proprio lo stabilimento sipontino era il simbolo più controverso.
Qualche anno prima, la decisione dell’Eni di localizzare ai piedi del Gargano uno stabilimento petrolchimico aveva suscitato polemiche feroci. In un articolo comparso nel 1967 sull’Espresso, dall’emblematico titolo L’ENI a Manfredonia: una ghigliottina per il Gargano, Bruno Zevi lo aveva definito “un atto masochistico”, tanto più che proprio l’Eni in quegli stessi anni aveva puntato molte carte sulla valorizzazione turistica del promontorio garganico costruendo il villaggio di Pugnochiuso, a Vieste.
L’Archivio della Memoria Ritrovata rende disponibile una galleria fotografica estratta dall’archivio dell’Unità. Alcune foto sono impressionanti: una mostra distintamente la colonna di lavaggio praticamente distrutta dalla deflagrazione; in un’altra si vedono gli operai preposti alle operazioni di decontaminazione.

Guarda la galleria fotografica di questo evento.

Ajinomoto-Insud: storia del fallimento di una politica industriale

Ajinomoto-Insud: storia del fallimento di una politica industriale

La fotografia che illustra l’articolo mostra una bustina di glutammato monosodico prodotta dall’azienda giapponese Ajinomoto-Insud, in vendita su Amazon e in diversi supermercati. Ma quanti ricordano che quel prezioso insaporitore alimentare veniva prodotto una volta in Capitanata, a Manfredonia?

La storia dell’Ajinomoto-Insud di Manfredonia e della vertenza che esplose all’indomani della sua improvvisa chiusura, costituisce uno dei  capitoli più controversi ed emblematici del processo di industrializzazione vissuto dalla Capitanata a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta. Delle sue potenzialità, dei suoi limiti.
Da un certo punto di vista, lo stabilimento fu per dieci anni il fiore all’occhiello di quella stagione industriale, quello che meglio esprimeva la sua filosofia, almeno nelle intenzioni. Ma il problema comune a tante parte della fragile storia dell’industria meridionale è che spesso alle intenzioni, non hanno fatto seguito i fatti.
Realizzata grazie ad una intesa tra l’azienda nipponica e la Insud, finanziaria delle partecipazioni statali che furono tra gli attori principali della industrializzazione della Capitanata, quell’insediamento intendeva essere un ponte tra la nascente vocazione industriale del territorio e quella tradizionale, rappresentata dall’agricoltura.
Quale materia prima doveva essere utilizzato infatti il melasso, un sottoprodotto del processo di lavorazione della barbabietola utilizzata negli zuccherifici del Tavoliere. Sembra, però, che in realtà l’azienda fu sempre costretta ad approvvigionarsi dall’estero.
Le cose andarono bene per una decina d’anni: il glutammato veniva prodotto a Manfredonia e venduto in tutta Europa. Ma bastò una leggera crisi di mercato e l’approssimarsi della scadenza del contratto che la società giapponese aveva stipulato con l’Insud (in base al quale avrebbe dovuto rilevare tutte le quote statali) ad incrinare il rapporto tra gli industriali del Sol Levante e il territorio foggiano.

L’episodio più sconcertante della lunga vertenza riguarda proprio la chiusura:  i giapponesi se ne andarono veramente da un giorno all’altro, dopo aver smontato e portato via pezzo per pezzo i sofisticati macchinari che si avvalevano di processi produttivi all’avanguardia ed erano protetti da particolari brevetti. Non ci fu verso di avviare una qualsivoglia trattativa che salvaguardasse la presenza produttiva dell’Ajinomoto sul territorio.

Gli operai finirono in cassa integrazione, e si aprì una vertenza che sarebbe durata anni, senza che mai si riuscisse a trovare uno sbocco. Si fece avanti la Realtur che ipotizzò la riconversione dello stabilimento, con l’avvio di una linea di produzione di liofilizzati e surgelati, che negli auspici iniziali avrebbe dovuto utilizzare anche il pescato locale.
La società rilevò gli impianti, ma l’ambizioso piano industriale non fu mai realizzato. La cassa integrazione durò due anni, e per tutto quel periodo gli impianti rimasero inutilizzati. Uno spiraglio sembrò aprirsi all’inizio degli anni Ottanta quando la Realtur cedette parte dello stabilimento alla Lombarda Fertilizzanti che avviò la produzione per un certo periodo di tempo, ma poi fu essa stessa costretta a chiudere i battenti.
Della vecchia fabbrica è sopravvissuto soltanto il laboratorio, utilizzato dalla Realtur per la realizzazione di studi su commessa.
È singolare come la storia somigli non poco a quella dell’altro colosso industriale che tante speranze accese a Manfredonia, e non solo: l’Enichem.

Il contratto d’area scaturito dalla chiusura dell’industria chimica ha funzionato certamente meglio del fragile piano industriale della Realtur. Ma com’è accaduto  per l’Ajinomoto, una volta che sono finiti i contributi pubblici, anche le aziende che si erano insediate nell’area industriale orfana del petrolchimico hanno preso cappello, e se ne sono andate.
Il prof. Roberto Rana, ricercatore della Facoltà di Economia dell’Università di Foggia, ha scritto sulla storia dell’Ajinomoto-Insud di Manfredonia un bel saggio che descrive il ciclo produttivo impiegato dall’azienda e cerca “di comprendere, attraverso le vicende politiche, storiche ed economiche relative a quegli anni, le motivazioni che hanno indotto alla sua costruzione e successiva chiusura.”
La conclusione del prof. Rana è lapidaria, ma del tutto condivisibile: “Questo evento rappresenta un esempio del fallimento della politica di sviluppo industriale operata dallo Stato nel territorio nazionale e un’ altra occasione perduta per l’economia del Mezzogiorno d’Italia.”

Geppe Inserra

Sono guarita dal Covid e ringrazio il sistema sanitario pubblico

Sono guarita dal Covid e ringrazio il sistema sanitario pubblico

Nata e cresciuta nel centro di Tolentino, ha lavorato per 40 anni alla Gabrielli e ha sostenuto tante battaglie e lotte sindacali per difendere i lavoratori e tutelare i loro diritti. Anna Alfei, 79 anni il prossimo 15 giugno, ha dovuto rispolverare la sua battagliera tenacia per sconfiggere il nemico comune: il Covid

Potremmo dire che è una specie di “reduce” di questa patologia, dribblata con una serie convergente di eventi positivi: le sapienti cure ricevute, la determinazione nel non lasciarsi sopraffare, le premure dei familiari e del personale sanitario. Che sia guarita bene lo testimoniano due fattori: la voce squillante con cui ci ha raccontato la sua storia e la lucidità di pensiero.

Raccontaci come è andata…
“I primissimi giorni di marzo pensavo di avere l’influenza, ma quando ho visto che non passava con le cure abituali, mi è sorto il grande dubbio: stai a vedere che il Covid è venuto a farmi visita. Poi la trafila consueta: medico di famiglia, ambulanza, ospedale di Macerata. Anzi, per essere più precisi, i primi 4/5 giorni, per mancanza di posti, dentro uno dei container adibiti per il Covid, poi trasferimento al reparto. In totale un paio di settimane di terapia, la guarigione e il ritorno a casa”.

Molto sintetica, ma sappiamo che qualche problemino c’è stato…
“Nonostante il mio carattere ottimista, specie nei primi giorni non ero sicura che ce l’avrei fatta. Stare nel container mi dava una sensazione negativa. Anche se non riuscivo a vedere cosa accadeva intorno, sentivo voci non piacevoli: si parlava di quelli che erano morti. Come corollario, la solitudine e il distacco obbligato dai familiari, le ore che non passavano mai e il cervello che continuava a lavorare e, non sempre, chiudeva con risultati positivi e paralleli al mio abituale ottimismo”.

Ti sei aiutata soltanto con la forza di volontà?
“No. Anzi. Debbo essere sincera: mi hanno aiutato tutti, a partire dai volontari della C.R.I. che sono venuti a prendermi e riportata a casa dopo la guarigione, ai sanitari ed al personale infermieristico e parasanitario. Tutti bravi, anzi bravissimi ed attenti. A loro debbo non solo il superamento della patologia, ma anche il sostegno e la vicinanza umana. Con più di un anno di esperienza sulle spalle nella lotta contro il Covid, hanno compreso che anche un sorriso diventa terapeutico e ti ridà lo slancio e la voglia di tornare all’ottimismo. Sono stati tutti cari e mi piacerebbe citarli uno per uno, ma rischierei di saltare qualche nominativo e sarebbe ingiusto. Un abbraccio a tutti, allora! Un episodio, però, voglio sottolinearlo: quando sono stata riaccompagnata a casa, i ragazzi della C.R.I. hanno voluto assicurarsi che non avrei avuto problemi di nessun tipo, a partire dalla terapia per finire con i consigli a me ed ai familiari per agevolare un recupero totale, certo ed il più efficace possibile”.

Un bel mix che ti ha portato a vincere la tua battaglia contro il Covid, ma che suggerimento daresti agli altri?
“Credo sia fondamentale la volontà di riprendersi, di fidarsi delle terapie e del sorriso e dell’umanità di chi ti assiste e cura. Poi ognuno di noi ha un carattere diverso, frutto per lo più delle esperienze avute … È importante la voglia di lottare.

A proposito di lotte, il tuo pluriennale impegno sindacale ti ha maturato?
“Penso di sì. Durante i quarant’anni trascorsi alla Gabrielli ho lottato per i dipendenti, specie quando ero nella RSU. Ho quasi 79 anni, ma sono ancora nel direttivo della Lega di Tolentino dello Spi-Cgil. Purtroppo, molti di noi sono venuti meno e mi sembra giusto ricordarli con affetto, onorandoli doverosamente quali co-protagonisti della ricostruzione e del radicamento popolare della nostra Costituzione democratica”.

tratto da “https://www.libereta.it

Gli eroi della Resistenza si raccontano. On line il memoriale dei Partigiani

Gli eroi della Resistenza si raccontano. On line il memoriale dei Partigiani

Un memoriale per i Partigiani

Argante Bocchio, Carlo Orlandini, Giulia Re, Aimaro Isola, Teresa Vergalli, Bruno Segre. E tanti, tanti altri… Raccontano la loro scelta di vita, le battaglie sul campo, i rastrellamenti e le torture, gli arresti e le deportazioni.

Lo fanno con sincerità, con gioia e dolore, con la voce rotta dal pianto o dall’emozione, o con i sorrisi. Sono solo alcuni dei quasi cinquecento partigiani del Memoriale della Resistenza italiana che sarà on line dal 19 aprile sul sito www.noipartigiani.it.

Per la prima volta le voci e le testimonianze degli eroi della Resistenza saranno raccolte in una piattaforma on line. Un monumento virtuale che rende omaggio ai Partigiani che ci hanno consegnato l’Italia libera e democratica che conosciamo. Ma anche uno strumento didattico per le scuole e una fonte di conoscenza per chiunque voglia approfondire le ragioni e gli ideali che spinsero tanti giovani a rischiare la vita per la libertà di tutti. Percorsi di vita, le ragioni, emozioni, che non si possono leggere in nessun libro di storia.

Il Memoriale, promosso dall’Anpi (Associazione nazionale partigiani) e sostenuto dal sindacato pensionati della Cgil, è il frutto del lavoro, durato oltre due anni, di numerosi volontari coordinati da Laura Gnocchi e Gad Lerner che hanno incontrato circa cinquecento partigiane e partigiani e gli internati militari italiani ancora in grado di raccontare la loro scelta di gioventù. Tra di loro c’è anche chi ha più di cento anni.

Non si tratta di un monumento celebrativo. Piuttosto di una grande operazione culturale per rinnovare nel tempo la consapevolezza che la Resistenza costituisce un passaggio decisivo per la costruzione della convivenza civile e per instillare nella coscienza di tutte le italiane e gli italiani l’imprescindibilità dei valori di libertà, umanità e giustizia.

Storie di coraggio straordinario e tenacia, storie di sacrifici e di voglia di giustizia. Quelle che i partigiani ci raccontano sono scelte di rivolta e di generosità durante i venti mesi terribili che vanno dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945. Il memoriale contiene una sintesi delle loro esperienze, armate e disarmate; la ricostruzione di importanti fatti storici; episodi di eroismo spesso inconsapevole; sofferenze e atrocità subite; la rappresentazione d’insieme delle varie anime della Resistenza e delle condizioni sociali e culturali in cui sono maturate.

Il 25 aprile

“L’Italia tutta deve loro riconoscenza”, ha detto Gad Lerner durante la conferenza stampa di presentazione che si è tenuta stamattina. “Questo memoriale è per loro, per tutti coloro che hanno messo a repentaglio la propria vita in nome della libertà”. Lerner ha sottolineato come fosse assolutamente importante che il memoriale venisse messo on line per il 25 aprile: “Bisogna ricordare che è una festa nazionale di tutti gli italiani, nata nel 1946, prima della nascita della Repubblica, per decreto regio firmato da Alcide De Gasperi. E questo dà la cifra di come sia assurdo che nel nostro paese ci sia chi ancora rifiuta il 25 aprile come festa nazionale”.
Lerner inoltre ha sottolineato come sia importante continuare a far conoscere la storia dei partigiani nelle scuole, innanzitutto, e anche sui luoghi di lavoro, dove i partigiani, ormai troppo anziani, non possono più andare di persona. “Ma il progetto è anche un contributo importante per la ricerca storica”, ha concluso Lerner.

Il valore della memoria

Gli ha fatto eco lo storico Giovanni De Luna, intervenuto durante la conferenza stampa. “Molti eventi vengono illuminati da queste testimonianze e ciò rappresenta un’occasione unica per la ricerca storica. E poi ci sono oggetti storiografici significativi come il protagonismo delle donne e degli operai. E tanti altri temi che queste testimonianze consegnano ai percorsi della ricerca storica”. De Luna ha sottolineato anche l’importanza del progetto per il presente: “La memoria della Resistenza non è stata sempre uguale ed è stata scandita dalle varie fasi della storia repubblicana. Pensiamo alla memoria degli anni Sessanta e Settanta, una memoria militante come dimostra per esempio il film di Liliana Cavani, La donna nella Resistenza. Questa invece che vediamo qui in questo memoriale è quella esistenziale, della vecchiaia, dei bilanci. E c’è un dato significativo che accomuna tutte le testimonianze: la Resistenza viene considerata da tutti come il punto più alto della propria biografia“, dice De Luna. Un caposaldo attorno a cui tutti hanno organizzato i propri ricordi. “Siamo di fronte a una vera e propria religione civile che può essere inserita dentro un patto di cittadinanza che trova il suo fondamento dentro i valori della Resistenza“, ha concluso lo storico.

Il ruolo delle donne

C’è chi racconta il momento in cui ha capito per la prima volta da che parte stare. Chi ripercorre la notte che precedette la deportazione. Chi ricorda quando imbracciò le armi. Chi narra di arresti e deportazioni, di rastrellamenti e rappresaglie, di torture e battaglie in montagna. Chi racconta le missioni da staffetta, rischiando la vita per superare tante volte pericolosi posti di blocco.

E proprio sul ruolo delle donne si sofferma Laura Gnocchi, curatrice del progetto insieme a Gad Lerner: “Sono molto toccanti le testimonianze delle donne che furono staffette e partigiane. Vale la pena ricordare ciò che diceva Lidia Menapace, cioè che senza le donne non ci sarebbe stata la Resistenza“. Gnocchi ricorda come all’epoca fossero tutti molto giovani. “Nelle testimonianze raccolte si parla di vicende davvero eroiche”, ha detto Gnocchi. “Ci sono storie drammatiche, di grande sofferenza, eroismo, storie di torture, violenze, deportazioni. Ma c’è anche chi racconta come finisca tra i Partigiani quasi per caso“.

Il ponte intergenerazionale

“Il memoriale è un unicum di straordinario interesse per docenti, studenti e ricercatori”, ha detto Gianfranco Pagliarulo presidente dell’Anpi, ricordando come il progetto fu fortemente voluta dalla presidente Carla Nespolo che ci ha lasciato pochi mesi fa. “I ragazzi del 43-45 ci stanno piano piano lasciando. Perciò era così importante fermare la loro testimonianza. Erano i ragazzi ‘della radio’. Che ora parlano ai ‘ragazzi del web’. Un ponte intergenerazionale che l’Anpi e lo Spi Cgil vogliono sostenere e promuovere.

E proprio sul dialogo tra generazioni dedica la sua riflessione il segretario generale dello Spi Cgil Ivan Pedretti, intervenuto alla presentazione di stamattina. “Oggi più che mai bisogna recuperare un rapporto intergenerazionale anche perché troppi rigurgiti fascisti e antidemocratici si stanno manifestando nel nostro paese. Attraverso queste memorie e queste esperienze dobbiamo arrivare alle nuove generazioni”, ha detto Pedretti. “Il memoriale è un’importante ricostruzione delle lotte di queste persone che ci hanno regalato la democrazia”, ha concluso Pedretti, sottolineando come la Cgil abbia avuto un ruolo fondamentale nella battaglia della Resistenza.

Il museo nazionale della Resistenza

Il memoriale è il primo mattone del museo nazionale della resistenza in costruzione a Milano. E proprio al museo nazionale ha fatto riferimento il ministro della cultura Dario Franceschini, che per l’occasione ha inviato un video messaggio: “Lo Stato italiano ha deciso di creare un museo nazionale della Resistenza, un luogo che dovrà tenere in rete tutti i luoghi che hanno conservato le storie locali della guerra di Liberazione. Proprio per questo Noi partigiani è una tappa importante. Una grande conservazione della memoria. Sono certo che si tramanderà per generazioni e generazioni, perché anche i più giovani in futuro possano sapere come si è costruita la libertà nel nostro paese”, ha concluso il ministro.

tratto da “https://www.libereta.it

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